FP9 : APRIAMO IL DIBATTITO

Nel numero di novembre 2016 di APREmagazine, il Presidente Damiani ha avviato una rubrica sul prossimo Programma Quadro, cominciando a solleticare la curiosità di quanti ancora non pensavano al futuro dei programmi di ricerca e innovazione in Europa e offrendo gli elementi per comprendere un panorama in cui si cominciavano ad affacciare i primi dibattiti e i primi studi e conoscere le tappe che delineeranno il percorso verso il successivo programma quadro .

FP9 : APRIAMO IL DIBATTITO

di Alessandro Damiani, Presidente APRE

Il conto alla rovescia è cominciato. I servizi della Commissione hanno  avviato il processo di preparazione che porterà, entro poco più di un anno, a definire la proposta per il prossimo Programma Quadro della ricerca europea – chiamiamolo provvisoriamente FP9, il nono Framework Programme – su cui poi il Parlamento Europeo e il Consiglio dei Ministri dell’UE delibereranno nel corso dei due anni successivi.
Allineato con il ciclo pluriennale della programmazione politica e finanziaria dell’Unione, FP9 è destinato a coprire i sette anni dal 2021 al 2027. Dal 1984, quando fu varata la sua prima edizione, il Programma Quadro è andato crescendo in valore assoluto e relativo, fino all’attuale Horizon 2020, che con i suoi circa 80 miliardi di euro rappresenta grosso modo l’8% delle risorse complessive dell’UE: la voce di bilancio di gran lunga più pesante tra quelle i cui fondi vengono erogati direttamente da Bruxelles in maniera competitiva ai beneficiari finali, anziché attraverso le autorità dei paesi membri.
E insieme al bilancio è andata aumentando l’incidenza del Programma Quadro sui sistemi di ricerca, sulle economie e sulle società del continente europeo. Specie dall’inizio della grande crisi economica, in presenza di una stagnazione degli investimenti nazionali in Ricerca e Sviluppo (nei 28 paesi UE la quota di PIL destinata alla ricerca è ferma da oltre un decennio intorno al 2%), il peso specifico della ricerca finanziata da Bruxelles è cresciuto
considerevolmente.
Certo, in un mondo globalizzato e sempre più multipolare – dove i  più agguerriti tra i vecchi protagonisti mantengono o migliorano le loro posizioni nell’economia mondiale della conoscenza, mentre i nuovi continuano ad avanzare con successo lungo la scala della competenza e del valore aggiunto – l’Europa ha più che mai bisogno di incrementare e di rendere più efficaci i suoi investimenti in scienza, tecnologia e innovazione: per rimanere competitiva, per preservare e diffondere il suo livello di benessere e il suo modello di società, per affrontare efficacemente le sfide economiche, ambientali e sociali che si trova di fronte.

Questo è ancor più vero per l’Italia, penalizzata rispetto agli altri maggiori paesi europei da un sotto-investimento cronico in ricerca e innovazione e da un più limitato bacino di talenti scientifico-tecnologici, oltre che da una stagnazione più prolungata, da una produttività che langue da trent’anni, da persistenti squilibri territoriali e inefficienze sistemiche, da una struttura del tessuto produttivo storicamente centrata su attività a relativamente basso contenuto di conoscenza.
Il Programma Quadro rappresenta dunque per l’Italia una grande opportunità, da un lato per correggere quelle carenze e colmare almeno in parte quel divario, dall’altra per consolidare e valorizzare in chiave internazionale le eccellenze esistenti e farne emergere di nuove. Ma per cogliere appieno questa opportunità occorre  attrezzarsi. Occorre in primo luogo partire da un’analisi documentata e onesta di come l’Italia ha saputo utilizzare lo strumento Programma Quadro negli ultimi anni; e di cosa si può fare per utilizzarlo al meglio; e poi riflettere su come dovrebbe essere idealmente il prossimo PQ per consentire all’Italia di approfittarne pienamente.
Non è troppo presto per farlo; anzi. Il 12 ottobre scorso il Direttore Generale della DG Ricerca e Innovazione, Robert-Jan Smits, ha sorpreso anche i meglio informati annunciando pubblicamente che la Commissione europea intende presentare la proposta formale per FP9 all’inizio del 2018, cioè quasi tre anni prima della sua entrata in vigore. Probabilmente questa accelerazione risponde alla necessità di allineare la proposta del nuovo PQ con quella relativa alla programmazione finanziaria pluriennale d’insieme; e forse anche alla volontà di evitare eventuali ritardi legati all’avvio della prossima legislatura del Parlamento Europeo, il cui insediamento è previsto
per luglio 2019).
Tra i funzionari della DG Ricerca e Innovazione si sintetizzano in quattro parole chiave i principi che dovrebbero orientare la preparazione del nuovo PQ: eccellenza, apertura, impatto, innovazione: un modo per suggerire un certo grado di continuità rispetto a Horizon 2020, anticipare qualche elemento di novità ispirato alla cosiddetta strategia delle ‘3O’ del Commissario Moedas – ‘Open Science, Open Innovation, Open to the World’, e al tempo stesso lasciare la porta aperta rispetto alle nuove urgenze politiche europee, come l’immigrazione e la difesa.
Intanto la complessa macchina della preparazione si è messa in moto, a cominciare da un esercizio di foresight volto ad analizzare tendenze e scenari, e soprattutto a partire dall’Interim Evaluation di Horizon 2020, che prevede un panel di altissimo livello presieduto
da Pascal Lamy (ex Direttore Generale OMC, ex Commissario Europeo). Da questa valutazione verranno indicazioni importanti di cui la Commissione dovrà tener conto nel formulare la proposta di FP9. Le principali tappe del percorso di preparazione del nuovo Programma Quadro, e le occasioni che paesi e stakeholder hanno e avranno per far sentire la loro voce, sono riassunte nel riquadro sotto.

L’ APRE intende stimolare una riflessione tra i protagonisti della ricerca italiana e esserne a suo modo partecipe: da una parte producendo un’analisi quantitativa e qualitativa della partecipazione italiana a Horizon 2020, su cui innestare una sorta di ‘valutazione a medio termine’ della performance e dell’impatto del programma dal punto di vista italiano; e dall’altra promuovendo su queste pagine un confronto di idee sui temi chiave, con l’intento di contribuire, sia pure indirettamente, al processo di preparazione del nuovo  Programma Quadro. Ci si possono aspettare da questo dibattito a più voci indicazioni utili rispetto ai vari ingredienti essenziali del PQ: obiettivi, budget, struttura, priorità e strumenti. Riportiamo qui di seguito alcuni spunti (non esaustivi) su questioni che meritano di  essere approfondite: le finalità della politica di ricerca europea e la sua complementarietà rispetto a quelle nazionali; l’equilibrio tra ricerca fondamentale e applicata e il nesso tra ricerca, sviluppo e innovazione; le misurespecifiche a favore delle PMI; il ruolo delle Public-Private Partnerships e delle Joint Technology Initiatives; l’efficacia di alcuni strumenti di recente introduzione, quali il Joint Programming, il Fast Track to Innovation; due possibilità novità di
cui si parla come lo European Institute of Innovation and Technology e la R&S in materia di difesa; la partecipazione dei paesi terzi e il ruolo della cooperazione internazionale; il peso specifico di borse,
sovvenzioni, prestiti e altre forme di finanziamento; gli imperativi che derivano da nuovi o persistenti ‘challenges’ (de-carbonizzazione, efficienza energetica, economia circolare, re-industrializzazione,
salute e alimentazione, ambiente marino, urbanizzazione, invecchiamento della popolazione, immigrazione, sicurezza, tutela del patrimonio ambientale e culturale, …).
Il dibattito è aperto; il tempo stringe; l’occasione è da non perdere. La posta in gioco è il ruolo della ricerca italiana in Europa, mentre il fine ultimo è un’Italia più moderna e più dinamica in un’Europa più forte, aperta e coesa.

Estratto da APREmagazine N.2 Novembre 2016
http://www.apre.it/media/453744/02-apremagazine.pdf

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